WSF / ZACF text (translated): “Lottare per la libertà della donna”

Lottare per la libertà della donna

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Perché voi donne permettete alla gente di maltrattarvi? Perché dipendete dagli altri per mangiare… Perché non avete cibo? Perché i ricchi hanno rubato le nostre proprietà e hanno stravinto sulla maggioranza delle persone…

Qual è la soluzione? Praticare l’Anarchismo… Tutte le donne sanno che non esiste niente di più dannoso del denaro…

Tutte, diventiamo una sola mente! Unite assieme agli uomini per sconfiggere definitivamente la borghesia e i ricchi! Allora il denaro verrà abolito… Così, non solo quello che mangeremo non ci sarà imposto da altri, ma sarà anche un ottimo cibo.”

He Zhen, anarchica cinese
da “What Women Ought To Know About Anarchist Communism” (Quello che le donne devono sapere sul Comunismo Anarchico)

Introduzione generale

Gli Anarchici riconoscono che le donne sono particolarmente oppresse proprio in quanto tali (fronteggiano l’oppressione come donne e a causa della loro posizione sociale). Noi la chiamiamo oppressione sessista.

Come Anarchici ci opponiamo a questa oppressione sia in teoria sia in pratica.

Il nostro movimento ha sempre parteggiato per i diritti delle donne, riconoscendo la specificità dell’oppressione femminile ma sempre collegandola alla lotta di classe.

Esempio di quest’impegno:

L’anarchica americana Emma Goldman si concentrò particolarmente su temi riguardanti la classe lavoratrice femminile e fu arrestata per distribuzione d’informazioni sulla contraccezione; la sua posizione era critica nei confronti della famiglia patriarcale e richiedeva equità fra uomini e donne; era in disaccordo con le femministe riformiste del suo tempo e si discostava dalle realtà economiche della classe lavoratrice femminile; era una rivoluzionaria per la lotta di classe;

In Argentina, le Anarchiche che crearono a La Voz De La Mujer nel 1890, furono le prime a collegare la liberazione delle donne con le idee rivoluzionarie di lotta di classe in America Latina, chiamando le donne a mobilitarsi contro l’oppressione sia come donne sia come lavoratrici;

In Cina, il movimento ha sviluppato una distinta posizione anarchica sulla liberazione delle donne che collega l’oppressione delle donne al sistema classista, allo sfruttamento economico e alla cultura tradizionale, chiamando ad una radicale rivoluzione sociale;

In Spagna le Anarchiche hanno fondato Mujeres Libres (Donne Libere), gruppo esistente dal 1936, con l’obiettivo di portare l’attenzione sui temi prettamente femminili e aumentare il numero di donne attiviste coinvolte nel movimento; Mujeres Libres lavorava per emancipare le donne dalla tradizionale passività, dall’ignoranza e dallo sfruttamento che le hanno schiavizzate per giungere ad una completa collaborazione tra uomini e donne; ha organizzato le lavoratrici; distribuito informazioni sulla salute, contraccezione e sessualità; combattuto i pregiudizi contro le donne; aperto strutture sanitarie per l’infanzia e organizzato brigate militari che hanno combattuto durante la rivoluzione spagnola (1936-1937).

Aspetti dell’oppressione delle donne

Le donne devono fronteggiare sfruttamento e oppressione nei luoghi di lavoro, all’interno della comunità e a casa.

Luoghi di Lavoro

Nei luoghi di lavoro, le donne sono costrette ad una bassa paga, all’insicurezza e a lavori pericolosi, spesso venendo pagate meno rispetto ai loro collaboratori uomini. Vengono spesso sessualmente molestate dai loro collaboratori e dai capi. Inoltre, non possono godere appieno dei diritti per la maternità e spesso sono licenziate se si scopre che sono incinte. Alcune donne incinte devono lavorare in ambienti dalle condizioni pericolose e mettere a repentaglio la loro stessa esistenza.

I sindacati tendono ad essere dominati dagli uomini e rare sono le donne elette come leader dei lavoratori.

I lavoratori dubitano della competenza delle donne in queste posizioni e tendono a pensare che gli uomini, per natura, possano svolgere in maniera migliore il ruolo di “leader”. 

In alcuni casi i sindacati creano strutture per le donne e posti speciali per loro. Ciò che abitualmente succede in questi casi è che i sindacati rispondono ai problemi delle donne con promesse fallaci, e di conseguenza le questioni femminili vengono spesso ignorate o relegate ai margini. 

Le donne inoltre trovano difficoltà a partecipare effettivamente nel sindacato e nella sua vita organizzativa. Spesso i mariti e i compagni cercano di tenere lontane le loro mogli e compagne dall’attività del sindacato. Quando questi uomini rientrano a casa pretendono che la cena sia pronta e che i figli abbiano mangiato e siano puliti. Quando rientrano non trovando quello che si aspettano perché le donne partecipano ai meeting sindacali, si arrabbiano perché non sono soddisfatti i loro bisogni. Le riunioni vengono spesso effettuate di sera e questo comporta dei disagi per le donne che vi vogliono partecipare. Tutti noi sappiamo quanto possa essere pericoloso per le donne uscire la notte quando possono diventare potenziali vittime di stupri e aggressioni.

Casa e Comunità

Le donne lavoratrici devono affrontare anche il lavoro domestico. Quando tornano a casa dopo una lunga e insoddisfacente giornata lavorativa, devono cucinare, pulire, avere cura dei figli con poco aiuto dei membri maschili della loro famiglia. Le carenze nei servizi sociali di base (come l’elettricità, l’acqua calda, fognature, ecc.) e la mancanza di strutture per bambini in favore delle donne che lavorano, intensificano la mole di lavoro a carico della classe povera delle donne lavoratrici di colore.

Le donne sono spesso oggetto di abuso: migliaia di loro vengono stuprate, picchiate, e psicologicamente violentate. In molti casi di violenza contro le donne, la maggior parte riguarda stupro e molestie fisiche che sono portate avanti da padri e mariti. In Sud Africa, è stato stimato che ogni sei giorni una donna è uccisa da suo marito o dal suo compagno.

Sono rari i centri di assistenza per le classi lavoratrici e per le comunità povere. Quei pochi esistenti sono carenti di fondi e personale. Quando le donne denunciano casi di violenza alla polizia sono trattate come criminali. Nella maggior parte dei casi – quando la causa è contro un compagno o un marito – non viene fatto nulla e questi bastardi sono lasciati liberi e indisturbati. I tribunali e la polizia non sono interessati a proteggere le donne dalla violenza, sono concentrati unicamente a difendere le proprietà e i privilegi dei ricchi.

Radici dell’Oppressione delle Donne

Rifiutiamo l’idea che le donne sono biologicamente inferiori agli uomini, o che siano biologicamente predisposte ad assumere determinati ruoli nella società (come la cura dei figli). Non esistono argomenti in grado di supportare questa tesi.

Non ci sono prove che evidenzino che le donne sono biologicamente “inferiori” agli uomini. E l’oppressione delle donne non è sempre esistita, per questo si deduce che non esistono basi “naturali” a supportare questa teoria. Non è così scontato che le donne siano obbligatoriamente “atte” a cucinare, ecc. Le cosiddette caratteristiche “femminili” non sono tratti genetici bensì costrutti sociali, che cambiano nel tempo e secondo la società in cui ci troviamo, e che dipendono dalle norme e dai regolamenti dell’ordine sociale ed economico. Quello che è lampante è che ci sono stati cambiamenti notevoli riguardo al lavoro delle donne. Ad esempio nelle miniere di carbone, quello che era il lavoro delle donne nel diciannovesimo secolo in Gran Bretagna, oggi è di dominio esclusivo degli uomini.

Noi rifiutiamo l’idea che specifiche forme di oppressione (esempio: mutilazione genitale femminile) siano accettabili come parte di una cultura di gruppo. Tuttavia, appoggiamo il diritto dei diversi gruppi etnici di preservare le loro tradizioni e costumi, purché non includono pratiche oppressive. Bisogna notare che le tradizioni cambiano nel corso dei secoli e non sono prefissate. Le donne, nelle diverse culture, hanno il diritto di rivendicare la loro libertà all’interno della propria cultura, contribuendo alla creazione di nuove tradizioni egualitarie.

Origini dell’Oppressione delle Donne

L’oppressione delle donne emerge con la divisione della società in classe, circa 10.000 anni fa. Da allora, l’oppressione si è sviluppata in forme diverse secondo le necessità della classe dominante.

Tempi antichi

Nell’era pre-agricola, non esistevano suddivisioni in classi e quindi una reale oppressione; le donne erano viste come validi membri dei gruppi nomadi, e considerate esattamente come gli uomini. Infatti, molte divinità erano femminili. C’era una divisione dei lavori in base al sesso (uomini e donne facevano lavori diversi) ma questo non comportava disuguaglianze tra i sessi.

Rivoluzione agricola

La Rivoluzione Agricola fu l’epoca in cui le persone iniziarono a coltivare i semi e a addomesticare gli animali, circa 12.000 anni fa. Rappresenta uno dei più decisivi sviluppi della storia umana e incise notevolmente sul modo in cui gli umani si organizzavano.

Nelle società agricole, le persone non erano più eccessivamente impegnate nella quotidiana ricerca di cibo e le comunità iniziarono a stanziarsi in luoghi fissi. Per la prima volta le società erano in grado di produrre scorte di cibo (ossia più di quello che gli serviva per sopravvivere). Queste scorte furono le prime forme di ricchezza accumulate. Il cibo in eccesso veniva raccolto per essere poi consumato nelle stagioni fredde oppure scambiato con altri beni. La chiave di questa ricchezza era rappresentata dalle terre, di cui le comunità si “impossessavano” in un modo in cui, ad esempio, i nomadi con bestiame non potevano avere accesso.

In molte comunità, una classe dirigente aveva il controllo delle scorte, in cui rientravano coloro che vivevano grazie a chi le produceva: i re, i capi, ecc. Lo stato era stato costituito per difendere questa classe privilegiata dai lavoratori sfruttati. La religione conseguì per giustificare queste nuove divisioni, indicando gli sfruttatori come “prescelti” dagli “dei”.

Come si sviluppò l’oppressione della donna in questa situazione?

In primo luogo, dobbiamo dare uno sguardo ad alcuni dei costumi che provengono dall’era pre-agricola. A causa della divisione dei lavori in base al sesso, le donne svolgevano gran parte delle attività agricole. Allo stesso tempo, la vita era ancora organizzata attorno ad una famiglia (grandi ceppi uniti in cui le persone erano “imparentati” tra loro). La ricchezza prodotta attraverso l’agricoltura (le scorte) non era proprietà degli individui, bensì del gruppo. Chiunque entrasse a far parte della famiglia tramite matrimonio non aveva alcun diritto sulla proprietà. In alcune comunità, il gruppo era strutturato “patri-localmente” (questo significa che le donne sposavano membri di altri gruppi, entrandovi, e che le discendenze erano patrilineari; le figlie sposavano uomini di altri gruppi patri-locali); in altre il principio era opposto (erano gli uomini ad essere scelti da fuori il gruppo; le discendenze erano matrilinearli, e i figli dovevano sposarsi fuori).

Così, in entrambi i casi, uno dei due sessi era dominante. Per un numero di ragioni complesse, i gruppi patriarcali tennero ad avere la meglio sugli altri, dominando le risorse di differenti aree. Come risultato, sempre più gruppi scelsero questo modello. L’effetto che ne conseguì è che l’oppressione delle donne divenne un’usanza. Contemporaneamente, all’interno dei gruppi patriarcali, alcuni uomini accrebbero il loro potere nei confronti degli altri membri, col risultato che alcuni di loro divennero più potenti e costituirono una classe dirigente parassita. Gli uomini più poveri divennero dipendenti e sfruttati, mentre gli altri furono capi.

In questa situazione, le donne divennero un nodo centrale nella continuazione del sistema classista. In primo luogo, le donne partorivano bambini (maschi) che in futuro sarebbero diventati parte integrante della classe dirigente. Questo implicava che le donne fossero legate a vita ad un solo uomo. Secondariamente, il numero di donne in una casa rappresentava la chiave del successo, e gli uomini cercavano di avere più mogli possibili per impiegarle nelle terre, e avere figli (che producevano più lavoro e ricchezza e, se femmine, potevano sposarsi in cambio di una buona somma), pagata dai padri delle altre comunità per permettere il matrimonio. Come capo, l’uomo più ricco aveva diverse mogli rispetto ad un povero, che di solito era monogamo; inoltre, il povero solitamente doveva comprare i beni prodotti dai ricchi per potersi sposare; quindi era costretto a lavorare per la classe ricca e pagare tasse, oltre che ad essere obbediente. In questo modo, la speciale oppressione delle donne e le origini del sistema classista s’intersecano fra loro.

Dopo queste origini comuni, le società classiste si sviluppano in maniere differenti. Alcune diventano quelle che chiamiamo “tributari sistemi di produzione” (regni Zulu e Swazi), altre “sistemi antichi” (l’Antica Roma), altre feudali (Europa medievale e Giappone, parte dell’India e dell’Africa), e altre capitaliste.

In ognuna di queste società, i principi fondamentali dell’oppressione femminile rimangono gli stessi, anche se assumono forme drasticamente differenti; nelle classi superiori riescono ad avere maggiori opportunità, più ricchezza e potere rispetto alle classi più povere (la classe porta effetti sul genere). Quando queste varie forme di classi entrano in contatto tra loro, interagiscono in complessi metodi che portano alla realizzazione di nuove forme di oppressione. Questi sistemi interagiscono inoltre con altre forme di oppressione, come il razzismo. E molte di queste oppressioni sono tra loro collegate all’interno di capitalismo, stato, imperialismo, ecc.

Così, nell’Africa meridionale, il contatto tra capitalismo (portato dal colonialismo) e il sistema classista indigeno fonda le basi del sistema del lavoro migrante – ciò accade perché i capi possono controllare i giovani e poveri lavoratori, mandandoli a lavorare per determinati periodi nelle miniere e nelle fattorie del Sud Africa coloniale e, più tardi, del Sud Africa dell’Apartheid; la posizione subordinata della donna la costringe a permanere nella stessa terra per tutti gli anni in cui gli uomini sono lontani, per crescere i figli, coltivare la terra e curare gli anziani; la divisione sessuale del lavoro prevede che le donne (e non gli uomini) rimaste nelle terre a coltivare, incrementino il loro orario di lavoro per mantenere la produzione ai livelli precedenti nonostante l’assenza degli uomini e l’insufficienza della terra.

Durante il capitalismo

L’oppressione delle donne giove direttamente al capitalismo e allo stato. Facendo svolgere alle donne i lavori peggiori, in totale assenza di sicurezza, i capi hanno creato una forza-lavoro flessibile che possono governare a loro piacimento. Pagando le donne meno rispetto agli uomini, le aziende sono in grado di incrementare le loro già altissime rendite. Dato che le donne non ricevono alcuna garanzia e spesso sono licenziate quando aspettano un bambino, i datori non devono pagare benefici extra o concedere la maternità. Le donne, infatti, hanno potenzialmente più richieste rispetto agli uomini, come il permesso di maternità e altro ancora; le aziende in queste situazioni si comportano dando alle donne lavori part-time o saltuari. In questo modo, viene sfruttata l’oppressione delle donne per creare una forza-lavoro indifesa e poco costosa che non riceve alcun beneficio oltre allo stipendio.

Il lavoro non retribuito a casa delle donne fornisce alle aziende generazioni future di lavoratori senza nessun costo ulteriore. Loro cucinano, puliscono, accudiscono i figli, si prendono cura dei malati e degli anziani allo stesso modo. I padroni sanno che la paga bassa delle donne è giustificata dal fatto che sono gli uomini a dover “mantenere” la famiglia. Ma le donne troppo spesso devono lavorare sia fuori sia a casa. In questo modo, lavorano “doppiamente” ad alto costo personale.

I media dei padroni promuovono l’oppressione della donna e le idee sessiste, fornendo una sua pessima immagine, idea che dipinge la donna come inferiore e come oggetto adatto agli abusi. Il nodo cruciale di questa propaganda è dover “giustificare” l’oppressione della donna e dividere i lavoratori tra uomini e donne, così come i poveri dagli altri.

L’oppressione della donna e le idee sessiste che cercano di “giustificarla” dividono la classe operaia e i poveri. Con la minaccia di sostituire i lavoratori con delle lavoratrici a basso costo, le aziende sono in grado di minare le condizioni dei lavoratori, e ridurre così le loro tutele generali. Promuovendo l’ostilità tra i due sessi, le aziende e i padroni minano l’organizzazione dei lavoratori e la resistenza. Ciò aumenta notevolmente il potere della classe dirigente.

Alcuni uomini credono alle bugie sessiste della classe dirigente. Una delle ragioni è il grande potere dei media. Un’altra ragione è la frustrazione che gli uomini provano in ambienti lavorativi razzisti e non democratici, avvertendo la paura dell’inadeguatezza e del pericolo della disoccupazione. Questo li porta a riversare il loro risentimento sulle famiglie e sulle donne. Ma questi fattori mostrano che il comportamento sessista degli uomini è radicato in condizioni interne al capitalismo, non negli ormoni degli uomini o nella natura biologica, come vuol farci credere la classe dirigente. Il punto è che gli uomini, in generale, giocano un ruolo chiave nell’oppressione delle donne, ma non sono la causa del problema.

Chiaramente, ne consegue che non è solamente l’attitudine sessista a rendere le donne cittadine di seconda classe. Paghe basse, nessuna sicurezza lavorativa, ecc. sottraggono alle donne potere e le isolano nella società. La propaganda dei padroni, favorita dalle condizioni del sistema capitalista, è la causa principale dell’idea sessista.

Gli uomini della classe lavoratrice traggono profitto dall’oppressione delle donne?

Non neghiamo che gli uomini possono guadagnare dall’oppressione della donna, nel senso che possono provare una “sensazione” di superiorità su di lei, o raggiungere più bassi tassi di disoccupazione o lavori molto più ben pagati.

Allo stesso tempo, l’oppressione della donna porta rovinosi risultati per gli uomini della classe lavoratrice e i poveri. Divide le lotte dei lavoratori. Ne conseguono minori garanzie e meno tutela per tutti. Crea infelicità personale.

Di conseguenza, non esistono interessi reali dell’uomo perché le donne siano oppresse. Al contrario, la libertà delle donne è un prerequisito per la libertà degli uomini, giacché solo se si cancellerà l’oppressione potranno anche gli uomini migliorare le loro vite, lottando per migliori condizioni e per un maggior controllo delle proprie vite.

La liberazione delle donne attraverso la rivoluzione della classe lavoratrice

Noi riconosciamo che tutte le donne subiscono oppressione. Ci opponiamo al sessismo ovunque esista.

Tuttavia, le classi differenziano l’esperienza del sessismo. Le donne ricche hanno a disposizione personale di servizio, avvocati, ecc. che si sostituiscono a loro per sbrigare situazioni che, invece, le donne lavoratrici devono svolgere. Quindi, sono le donne povere che devono far fronte all’oppressione.

Dato che il capitalismo e lo Stato sono le chiavi dell’oppressione delle donne, la reale libertà richiede una rivoluzione contro queste strutture.

Da quando le donne della classe dirigente traggono benefici dal capitalismo e dallo Stato, e grazie al super-sfruttamento della classe lavoratrice e delle donne povere che queste strutture utilizzano, non sono capaci di sfidare le radici da cui nasce l’oppressione. Quindi non possiamo evocare un’alleanza fra “tutte le donne” contro il sessismo perché, anche se può apparire strano, alcune donne (appartenenti alla classe dirigente) hanno un interesse obiettivo nel preservare le strutture che causano il sessismo (capitalismo e Stato).

Solo la classe lavoratrice e i poveri possono combattere il capitalismo e lo Stato, perché solo queste classi non sono sfruttatrici (infatti, siamo produttrici), non hanno interessi a mantenere il sistema attuale, e hanno il potere e la capacità organizzativa per farlo (possiamo organizzarci contro la classe dirigente attraverso la produzione). Questo significa che solo la lotta di classe può definitivamente sconfiggere il sessismo e non un “movimento delle donne” interclassista. Anche se la lotta di classe contro il capitalismo e lo Stato interessa tutti i lavoratori e i poveri (questo sistema sfrutta, impoverisce, domina e umilia ognuno di noi), le donne hanno un’ulteriore motivazione per portare avanti questa battaglia: le solite oppressioni del capitalismo e dello Stato sono peggiorate dalla particolare oppressione delle donne prodotta inevitabilmente da tali sistemi.

Ne consegue che i veri alleati delle donne nella lotta contro il sessismo sono gli uomini lavoratori e poveri, e non le donne della classe dirigente. Questi uomini non hanno nessun interesse nella perpetuazione dell’oppressione, perché colpisce anche loro. La classe lavoratrice e le donne povere possono beneficiare di questa sorta di alleanza perché li rende forti entrambi, impedendo che vengano isolati e ghettizzati.

Questa sorta di unità d’azione richiede che accadono due cose: la prima, è che le rivendicazioni siano di interesse a tutti i lavoratori, sia uomini sia donne; la seconda, che si presta particolare attenzione alle lotte delle donne per promuovere l’unità, impedire la marginalizzazione di questi temi e lottare continuamente contro tutte le oppressioni. Questo è indispensabile perché non si possono mobilitare tutti i lavoratori e i poveri senza presentare motivazioni che riguardino tutte i settori dei lavoratori e dei poveri: le lotte delle donne non sono un’opzione chi si può aggregare o non alle altre lotte, bensì un nodo cruciale per il successo del movimento operaio. Quindi, la classe lavoratrice e i poveri possono essere mobilitati unitariamente solamente se sulla base di una lotta continua contro il capitalismo, lo stato e tutte le forme di oppressione.

Di conseguenza, è chiaro che la lotta per la libertà delle donne richiede una lotta di classe cui prendano parte lavoratori e poveri; viceversa, la lotta di classe può avere successo soltanto se ha come obiettivo anche l’abbattimento dell’oppressione delle donne.

Non siamo dunque d’accordo con quelle femministe che ritengono che, per giungere all’uguaglianza, basta che le donne diventino padroni e politici. Noi vogliamo distruggere le attuali strutture di dominazione e di sfruttamento. La lotta per la liberazione della donna è la battaglia contro il capitalismo e lo stato. Ed è al contempo una lotta contro le istituzioni sessiste (come il capitalismo) e le idee sessiste (accettate sia dagli uomini sia dalle donne): entrambi sono vitali per il successo della rivoluzione e la sua piena realizzazione.

Capitalismo, Stato, sessismo: un solo nemico, una sola lotta!

Lavoratori del Mondo – Uniamoci!

Per il Socialismo antiautoritario e senza Stato!


Le attività anarchiche contro l’oppressione delle donne

Prospettive Generali

Le priorità del movimento delle donne rivelano il fatto che esso è dominato dalle donne del ceto medio. Noi crediamo che debba diventare più rilevante per le donne della classe lavoratrice. Crediamo che la lotta contro l’oppressione sia una parte vitale della lotta di classe e condizione necessaria per il successo della rivoluzione. Le nostre priorità consistono nel coinvolgere migliaia di lavoratrici.

Linee guida per l’azione quotidiana

Noi lottiamo per una paga equa e per un equo lavoro, per l’accesso delle donne a quelle attività che tradizionalmente vengono loro negate, per la sicurezza sul lavoro, per la retribuzione della maternità e la garanzia di un successivo re-impiego.

Ci opponiamo alla violenza contro le donne e ne difendiamo i diritti di difesa contro gli abusi perpetrati dagli uomini.

Vogliamo che il lavoro casalingo sia condiviso in modo equo dagli uomini.

Le donne devono poter raggiungere posizioni di “leadership” nelle organizzazioni di massa.

Noi crediamo che sono le donne che debbano controllare la propria fertilità. Devono essere libere di decidere se avere figli o meno, quanti e quando. Crediamo quindi nel libero accesso alla contraccezione. Supportiamo dunque l’aborto sicuro e gratuito su richiesta. Le donne devono essere libere di poter interrompere relazioni per loro insoddisfacenti.

Le attitudini sessiste devono essere abbandonate, qui e subito. I compagni che esibiscano tali comportamenti dovranno cambiare.


La nostra posizione

Noi, la classe lavoratrice, produciamo la ricchezza mondiale. Vogliamo godere dei suoi benefici.

Vogliamo abolire il sistema del capitalismo che pone nelle mani di pochi il potere e la ricchezza, e sostituirlo con l’autogestione dei lavoratori e il socialismo. Non facciamo riferimento al “socialismo” praticato in Russia, Cina e in altri stati di polizia – sistema che in questi paesi era/è una forma di capitalismo uguale alle altre.

Noi lottiamo per una nuova società dove non ci saranno padroni e burocrati. Una società basata su una vera forma di democrazia dei lavoratori, fondata su assemblee nei luoghi di lavoro e all’interno delle comunità. Vogliamo abolire i rapporti autoritari e sostituirli con il controllo effettuato dal basso – non dall’alto.

Tutte le industrie, così come tutti i mezzi di produzione e distribuzione, saranno gestiti in comune e governati da chi vi opera quotidianamente. La produzione sarà coordinata, organizzata e pianificata da una federazione dei comitati nei luoghi di lavoro, eletti e revocabili, non per il profitto ma per soddisfare i nostri bisogni. Il principio di base sarà: “da ognuno secondo le sue abilità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.

Siamo contrari a tutte le autorità coercitive, e crediamo che il solo limite alla libertà di un individuo si palesi mentre si va ad intaccare quella altrui. 

Noi non vogliamo diventare capi né intendiamo prendere il potere “nell’interesse della classe lavoratrice”. Al contrario, crediamo che il socialismo si possa creare solamente dalla massa delle persone comuni. Fosse altrimenti la conseguenza sarebbe solo di sostituire i padroni di prima con i padroni di dopo.

Siamo contrari allo stato perché non è neutrale, e non lo si può far tutelare i nostri interessi. Le strutture dello stato intervengono unicamente quando una minoranza vuole governare la maggioranza. Possiamo costruire le nostre proprie strutture, aperte e democratiche, affinché la vita quotidiana possa essere gestita nel modo più efficiente.

Siamo orgogliosi di far parte della tradizione del socialismo libertario, dell’anarchismo. Il movimento anarchico è radicato nella classe lavoratrice di molti paesi perché è al servizio degli interessi della classe – e non gli interessi dei coloro che cercano il potere e dei politici professionisti.

In breve, noi ci battiamo per i bisogni e gli interessi immediati della nostra classe, mentre cerchiamo con la nostra attività di diffondere la coscienza necessaria per il superamento del capitalismo e il suo stato, al fine di veder nascere una libera ed equa società (anarchica).


Federazione Comunista Anarchica Zabalaza
Postnet Suite [—]
WebSite: http://www.zabalaza.net/zabfed
Email: worker@[—]

Traduzione a cura di marvin@anarcotico.net e rivista da FdCA-Ufficio relazioni internazionali

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About Lucien van der Walt

I teach at Rhodes University, the Eastern Cape. I’m South African, born and bred. I am currently also involved in union education and have a background in social movement and left-wing activism, the Workers’ Library and Museum, the Anti-Privatisation Forum, and the National Health and Allied Workers Union (NEHAWU). I’ve presented papers at more than 120 conferences and workshops, published in key journals like 'Capital and Class' and 'Labor History', have co-edited 3 journal specials (these on global labour history, African labour, and unions in the Global South), and written well over 130 other articles, papers and entries. I was Southern Africa editor for the 2009 'International Encyclopaedia of Revolution and Protest' (Blackwell). My focus has been on South Africa, but I have also done research in Zambia and Zimbabwe. I won the 2008 international 'Labor History' thesis prize, and the 2008/2009 Council for the Development of Social Science Research prize for best African dissertation, for my PhD thesis on South African anarchism, syndicalism and black militants. I have several books, including 'Negro e Vermelho: anarquismo, sindicalismo revolucionário e pessoas de cor na África Meridional nas décadas de 1880-1920,' 'Anarchism and Syndicalism in the Colonial and Postcolonial World, 1880-1940: the praxis of national liberation, internationalism, and social revolution' (co-edited with Steve Hirsch, Brill, 2010/ 2014) and 'Black Flame: the revolutionary class politics of anarchism and syndicalism' (co-written with Michael Schmidt, AK Press 2009).